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La riscoperta delle discipline umanistiche

Partiamo dal significato della parola “umanistico”: relativo a “umanesimo”, nella storia del pensiero, dell’arte e della letteratura, periodo convenzionalmente stabilito tra gli ultimi decenni del secolo XIV e la fine del secolo XV, caratterizzato da un rinnovato fervore per lo studio dell’antichità, si esplica in un’intensa attività filologica e afferma la dignità dell’uomo attraverso la riscoperta appunto delle humanae litterae: quelle discipline classiche definite humanae perché concorrevano alla formazione dell’uomo, i classici latini e greci che allora costituivano i massimi esempi di letteratura, filosofia e cultura. Allora oggi stiamo perdendo la nostra umanità?

Corso di studio «Il collasso delle discipline umanistiche è uno dei fenomeni più inquietanti dei nostri tempi, contro il quale non servono le solite lamentele retoriche – afferma Remo Ceserani, tra i massimi esperti di letterature comparate, visiting professor in varie università internazionali e critico letterario –. Esso è determinato da due cause principali, fra loro connesse: le nuove caratteristiche del mercato del lavoro e quindi della società e il rifiuto degli umanisti di reinventarsi le loro discipline, ridefinendo la loro figura sociale. Ci troviamo a vivere in una società caratterizzata da un utilitarismo sempre più pressante – continua il professore –: qualsiasi attività è valutata e sostenuta in funzione del suo guadagno immediato. Ed è evidente che oggi conoscere la letteratura greca o le dinamiche della guerra dei Cento Anni non sia vantaggioso sotto il profilo economico o facilmente spendibile nel mondo del lavoro, tranne che per chi voglia fare il professore o intraprendere una carriera accademica». Qualche esempio: negli Usa 54 membri dell’American Academy of Arts and Sciences hanno denunciato il rischio della rapida scomparsa delle materie umanistiche dalle università; in Inghilterra la storia è stata esclusa da molti corsi di studio; la geografia è quasi scomparsa dai corsi di insegnamento inferiore e superiore di metà Europa e resiste solo come geografia economica o politica; gli studenti disertano i corsi di lettere, filosofia, storia, scienze politiche e giurisprudenza, in Francia come in Italia, Spagna, Germania e in quasi tutti i paesi del vecchio continente. Resistono solo le facoltà di lingue e letterature straniere, trainate dal crescente incontro di culture e nazionalità diverse.

Mancanza di disciplina E pensare che «un laureato in queste discipline ha una flessibilità culturale e mentale che lo rende polivalente: meglio di altri imparerà competenze tecniche specifiche richieste dai diversi mestieri – sottolinea Franco Biasutti, docente di etica pubblica all’Università di Padova –. Queste qualità sono apprezzate dalle imprese per gli uffici del personale e delle pubbliche relazioni, ma anche nel mondo editoriale. Insomma le potenzialità ci sono, bisogna riscoprirle; purtroppo oggi la tendenza è di vedere questi studi solo come una nobile perdita di tempo». E in molti vorrebbero cancellare corsi e programmi che agli studenti riservano solo disoccupazione e imporre rette stratosferiche agli aspiranti “umanisti”. Soprattutto in un periodo come questo, in cui la ricchezza si assottiglia, sono pochi gli studenti che decidono di investire i risparmi propri e dei genitori in facoltà che non assicurano subito un posto di lavoro ben retribuito. Per non parlare della carriera accademica, un vero e proprio miraggio per i moltissimi studenti. Ma questo è un capitolo a parte.

Cultura generale Ceserani lancia quella che oggi appare una provocazione: «Non è forse la conoscenza che ci rende uomini? Conoscere il nostro passato e la nostra cultura ci rende persone che vivono meglio il presente, su di esse poggiamo le competenze indispensabili per svolgere al meglio un lavoro. La differenza tra conoscenza e competenza è fondamentale, mentre oggi c’è sempre più la tendenza a sovrapporre le due cose, facendo di noi prima lavoratori che uomini. Le discipline umanistiche definiscono la nostra identità come individui, come cittadini e come popolo. Mi sembra incredibile – conclude Ceserani – che l’Italia, con uno dei più grandi patrimoni artistici del mondo, non investa sul proprio passato e sui propri tesori, facendo della cultura uno dei pilastri da cui ripartire. Il dibattito è aperto, insieme dobbiamo trovare delle soluzioni».


Non ne ho facoltà Le più e le meno gettonate tra le facoltà universitarie.
L’annuale ricerca di Almalaurea, consorzio interuniversitario per collegare università e mondo del lavoro, ha stilato una sorta di classifica delle facoltà a più alto tasso d’occupazione. Le “migliori” sono quelle di scienze applicate, con in testa medicina e ingegneria, che, seppure in lievissimo calo, guidano la classifica, mentre farmacia, chimica, biotecnologie e informatica seguono a ruota con ottime prospettive già entro un anno dalla laurea.

Invece le facoltà con il più alto tasso di disoccupazione sono giurisprudenza (24%, dovuto all’altissimo numero di iscritti) e psicologia (18%); seguono, un po’ più a distanza, lettere (15%) e scienze sociali (14,3%). Le facoltà di lingue, scienze della comunicazione, scienze politiche e arte e design sono accomunate da un tasso di disoccupazione tra il 12,4% e il 13,1%; chiudono la classifica filosofia, agraria e sociologia, con una percentuale di poco superiore al 10%.